sabato 5 marzo 2011

Dei delitti e delle pene

DEI DELITTI E DELLE PENE_TESTO INTEGRALE


http://www.filosofico.net/index024.htm

Poesia Roberto Perin_Contrasti

CONTRASTI


La tua anima,


la tua pelle.




Anima nera,


anima bianca.




Terra e cielo,


cielo e terra,


acqua e fuoco,


fuoco ed acqua,


terra fuoco,


fuoco e terra.




Non capirò mai perché


in amore ci sia peccato,


non capirò mai perché la tua anima


possa avere delle macchie,


il tuo corpo possa essere


angelo o diavolo,


bianco o nero,


pulito o sporco.




Il tuo pensiero, la tua mano,


non tingerà mai di nero la tua,


la mia anima.




Le tue parole non incrineranno,


specchi di diavoli,


serpenti di incantatori.




Non c'è diavolo nella tua anima,


non c'è diavolo nel tuo corpo,


non c'è diavolo nell'amare,


non c'è....






Roberto Perin



Poesia Roberto Perin_Credevo

CREDEVO


Credevo che il nulla


fosse il vuoto


in un eterno buio.


Credevo.




Invece,


ho trovato il nulla


nel mio dolore,


nella mia paura,


nella mia disperazione.




Ho visto il nulla


circondare


di ghiaccio


delicate mani,


disegnare occhi


increduli e lontani.




Ho visto il nulla


nascondere ricordi


e spezzare il futuro,


seminare disperazione


sul mio cammino,


far nascere mille


lacrime sulla mia strada.




Ho visto, ho visto


riflesso mille volte


il tuo volto


alla sua porta.




Credevo che il nulla


fosse nulla,


quando le mie labbra,


il mio cuore


potevano liberamente


dirti.. Ti amo




Ora le mie labbra


sono mute,


i miei occhi


sono ciechi,


ora sono io,


il nulla senza di te.




Roberto Perin

Il mondo come volontà e rappresentazione_Volontà

E' l'individuo, il soggetto conoscente, quello che dà la parola dell'enigma; e questa si chiama volontà. Questa parola, questa sola, offre al soggetto la chiave della propria esistenza fenomenica; gliene rivela il significato, e gli mostra il meccanismo interiore che anima il suo essere, il suo fare, i suoi movimenti. Al soggetto conoscente che deve la sua individuazione all'identità con il proprio corpo, esso corpo è dato in due maniere affatto diverse: da un lato come rappresentazione intuitiva dell'intelletto, come oggetto fra oggetti, sottostante alle loro leggi; ma insieme dall'altro lato, è dato come qualcosa di immediatamente conosciuto da ciascuno, e che vien designato col nome di volontà.
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L'atto volitivo e l'azione del corpo non sono due stati differenti; conosciuti in modo obiettivo, e collegati secondo il principio di causalità; non stanno tra loro nella relazione di causa ed effetto: sono, al contrario, una sola e medesima cosa che ci è data in due maniere essenzialmente diverse: da un lato immediatamente, dall'altro come intuizione per l'intelletto. L'azione del corpo non è che l'atto della volontà oggettivato, cioè divenuto visibile all'intuizione. 


tratto da "Il mondo come volontà e rappresentazione"

il mondo come volontà e rappresentazione

In realtà, sarebbe impossibile trovare il significato di questo mondo che ci sta dinanzi come rappresentazione, oppure comprendere il suo passaggio da semplice rappresentazione del soggetto conoscente a qualcosa d'altro e di più, se il filosofo stesso non fosse qualcosa di più che un puro soggetto conoscente (una testa d'angelo alata, senza corpo).
Ma il filosofo ha la sua radice nel mondo; ci si trova come individuo, e cioè la sua conoscenza, condizione e fulcro del mondo come rappresentazione, è necessariamente condizionata al corpo, le cui affezioni, come abbiam fatto vedere, porgono all'intelletto il suo punto di partenza per l'intuizione del mondo medesimo. 




tratto da "Il mondo  come volontà e rappresentazione"

lunedì 28 febbraio 2011

Elogio della follia_I pontefici

I PONTEFICI


Ora è la volta dei sommi pontefici, che fanno le veci di Cristo in terra. nessuno più di loro si troverebbe a soffrire, se tentassero di imitarne la vita; se pensassero al loro nome di papa, che significa padre, ed alla loro qualifica di Santissimo, chi mai spenderebbe tanto per comprarsi quel posto da difendere poi con la spada, col veleno, con tutte le forze? A quanti vantaggi dovrebbero dire addio, se la saggezza riuscisse appena a farsi sentire! Ma che dico, saggezza? Dovrei dire un granello di quel sale menzionato da Cristo. Addio a ricchezze, onori, potere, vittorie, cariche, titoli, tasse, indulgenze, cavalli, muli, guardie e piaceri! Guardate un po' che mercato, che razza di messe rigogliosa, che mare di ricchezze ho concentrato in poche parole! Quel poco di sale sostituirebbe tutto questo con veglie, digiuni, lacrime, preghiere, prediche, studio, sofferenze e mille altre gravose occupazioni del genere.
Ancora- particolare non trascurabile- sarebbero ridotti alla fame tanti scrivani, copisti, notai, avvocati, promotori, segretari, mulattieri, palafrenieri, tesorieri, ruffiani- e stavo per aggiungere un termine più effeminato, ma temo che offenda l'orecchio- insomma, una folta schiera di cui la Sede romana ha l'onere- scusate il lapsus, volevo dire l'onore- sarebbe ridotta alla fame. Sarebbe proprio inumano, anzi, abominevole, e più detestabile ancora ridurre al bastone ed alla bisaccia anche gli stessi sommi principi della Chiesa, che sono la vera luce del mondo.
Ora, se ci sono le fatiche da fare, le lasciano a Pietro ed a Paolo, che di tempo libero ne hanno tanto, e si mantengono per sé la gloria ed il piacere, quando ci sono. Così, col mio aiuto, non c'è quasi nessuno che più di loro faccia, in perfetta tranquillità, una gran bella vita; convinti di avere assolto in pieno i doveri verso Cristo, se adempiono alla loro funzione di vescovi con un suggestivo apparato quasi teatrale, con cerimoniali e profusione di titoli: Beatitudine, Reverenza, Santità; e benedizioni ed anatemi. Non si usa più far miracoli: roba d'altri tempi.
Insegnare ai fedeli è faticoso; interpretare le Sacre Scritture è lavoro da farsi a scuola; pregare è una perdita di tempo; spargere lacrime è misero e femmineo; vivere in povertà è spregevole; cedere è indegno per chi a mala pena ammette il re al bacio dei suoi piedi beati; infine, spiacevole la morte, ed infamante essere messi sulla croce.
Rimangono solo le armi e le "dolci benedizioni" di cui parla San Paolo, e di cui fanno uso con tanta larghezza: interdizioni, sospensioni, condanne aggravate, anatemi, gogne, e quella tremenda folgore con cui, a cenno del capo, mandano le anime dei mortali nell'inferno più profondo.  Di quella folgore, i santissimi padri in Cristo, e di Cristo vicari, si servono col massimo della violenza, soprattutto contro coloro che, per diabolico impulso, tentano di ridurre e rosicchiare il patrimonio di Pietro. Benché le parole di pietro nel Vangelo siano: "Abbiamo abbandonato tutto per seguire te", essi identificano il patrimonio di Pietro con i campi, le città, i tributi, i dazi, i domini. E, mentre, accesi dall'amore di Cristo, combattono per queste cose col ferro e col fuoco, non senza grande spargimento di sangue cristiano, credono di difendere apostolicamente la Chiesa, sposa di Cristo, annientando da valorosi quelli che chiamano i nemici. Come se la Chiesa avesse nemici peggiori dei pontefici empi che non fanno parola di Cristo; fosse per loro, svanirebbero nell'oblio e legiferando all'insegna dell'avidità, lo mettono in catene; con le loro interpretazioni forzate ne alterano l'insegnamento, coi loro turpi costumi lo uccidono.
Poiché la Chiesa cristiana è stata fondata, rafforzata ed ingrandita col sangue, ora, come se Cristo fosse morto lasciando i fedeli senza una protezione conforme alla sua legge, governano con la spada, e, pur essendo la guerra una cosa tanto crudele da convenire alle belve più che agli uomini, tanto insana che anche i poeti hanno immaginato fossero le Furie a scatenarla, così rovinosa da portare con sé la totale corruzione dei costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori delinquenti la migliore occasione di affermarsi, tanto empia da non avere nulla in comune con Cristo, tuttavia, trascurano tutto il resto per fare solo la guerra. Si possono vedere vecchi decrepiti che danno prova di un vigoroso spirito giovanile, non si sgomentano davanti alle spese, non cedono alle fatiche, non indietreggiano di un pollice pur di sconvolgere le leggi, la religione, la pace, ogni bene umano. Né mancano colti adulatori, pronti a chiamare questa evidente follia zelo, religiosità, fortezza, escogitando stratagemmi che permettono d'impugnare il ferro mortale e di immergerlo nelle viscere del proprio fratello senza venir meno a quella suprema carità che, secondo il precetto di Cristo, è la cosa che un cristiano deve più di tutto al suo prossimo.


Tratto da "Elogio della follia", Erasmo da Rotterdam

Elogio della follia_I cardinali

Altrettanto si può dire per i cardinali, che dovrebbero ricordarsi di essere i successori degli Apostoli, e che da loro si esigono le stesse opere: non padroni, ma amministratori dei beni spirituali, di cui tra breve dovranno rendere conto con la massima precisione.
Se riflettessero un po' anche sul loro abbigliamento e si chiedessero: "Cosa significa il candore del rocchetto, se non estrema e rara purezza della vita? Che cosa la porpora all'interno della veste, se non ardentissimo amore di Dio? E cosa quella esterna, che con la sua ampiezza ricopre tutta la mula del Reverendissimo, e che basterebbe a coprire anche un cammello? Non significa forse la carità che ovunque si diffonde per venire in aiuto a tutti, ossia per insegnare, esortare, consolare, rimproverare, ammonire, risolvere i conflitti e per opporsi ai principi malvagi? Non significa il generoso sacrificio, non solo delle proprie ricchezze, ma anche del proprio sangue, per amore del gregge cristiano? A che scopo le ricchezze, se i cardinali sono i viari degli Apostoli, che furono poveri? Se riflettessero su queste cose, dico, non ambirebbero al loro posto e lo abbandonerebbero volentieri, oppure condurrebbero una vita laboriosa e sollecita, alla maniera degli antichi Apostoli.




Tratto da "Elogio della follia", Erasmo da Rotterdam