LE PRIME SOCIETA'
La più antica di tutte le società, e la sola naturale, è la famiglia. Eppure i figli restano legati al padre solo finché ne hanno bisogno per conservarsi. Non appena questo bisogno cessa, il legame naturale si dissolve. I figli, dispensati dall'obbedienza che dovevano al padre, e il padre, dispensato dalle cure che doveva ai figli, ritornano tutti ugualmente indipendenti. Se continuano a restare uniti, non lo fanno più naturalmente ma volontariamente, e la famiglia stessa si mantiene solo per convenzione.
Questa libertà comune è una conseguenza della natura dell'uomo. La sua prima legge è provvedere alla propria conservazione, le sue prime cure sono quelle che deve a se stesso; e non appena raggiunge l'età della ragione, essendo l'unico giudice dei mezzi adatti a conservarsi, diventa padrone di sé.
La famiglia è dunque, se si vuole, il primo modello di società politica: il capo è immagine del padre, il popolo è immagine dei figli, e tutti, essendo nati uguali e liberi, alienano la loro libertà soltanto in vista del proprio utile. La sola differenza è che, nella famiglia, l'amore per i figli ripaga il padre delle cure prodigate, mentre nello Stato il piacere di comandare supplisce all'amore che il capo non prova per il suo popolo.
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Aristotele aveva detto che gli uomini non sono naturalmente uguali, ma che alcuni nascono per la schiavitù e altri per il dominio.
Aristotele aveva ragione, ma scambiava l'effetto per la causa. Ogni uomo nato in schiavitù nasce per la schiavitù: non c'è nulla di più certo. Gli schiavi perdono tutto quando sono in catene, persino il desiderio di liberarsene.
Jean Jacques Rousseau
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domenica 3 aprile 2011
domenica 20 marzo 2011
Il contratto sociale_Libro I
LIBRO I
........................Entro in argomento senza dimostrare l'importanza del mio tema. Mi si chiederà se sono principe o legislatore per scrivere di Politica. Rispondo che non lo sono, e che proprio per questo scrivo di Politica. Se fossi principe o legislatore, non perderei tempo a dire ciò che bisogna fare: lo farei, oppure starei zitto.
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L'uomo è nato libero e ovunque è in catene. C'è chi si crede padrone degli altri, e tuttavia è più schiavo di loro. Come è avvenuto questo cambiamento? Lo ignoro. Che cosa può renderlo legittimo? Credo di poter risolvere questo problema.
Se prendessi in considerazione soltanto la forza e l'effetto che ne deriva, direi: finché un Popolo è costretto ad obbedire ed obbedisce, fa bene; non appena può scuotere il giogo e lo scuote, fa ancora meglio, perché, recuperando la propria libertà in virtù dello stesso diritto con cui altri gliel'hanno strappata, o ha ragione di riprendersela, o l'ha persa ingiustamente.
Ma l'ordine sociale è un diritto sacro, che serve da base a tutti gli altri. Però questo diritto non viene dalla natura; dunque si fonda su convenzioni. Si tratta di sapere quali siano queste convenzioni.
tratto da "Il contratto sociale"
........................Entro in argomento senza dimostrare l'importanza del mio tema. Mi si chiederà se sono principe o legislatore per scrivere di Politica. Rispondo che non lo sono, e che proprio per questo scrivo di Politica. Se fossi principe o legislatore, non perderei tempo a dire ciò che bisogna fare: lo farei, oppure starei zitto.
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L'uomo è nato libero e ovunque è in catene. C'è chi si crede padrone degli altri, e tuttavia è più schiavo di loro. Come è avvenuto questo cambiamento? Lo ignoro. Che cosa può renderlo legittimo? Credo di poter risolvere questo problema.
Se prendessi in considerazione soltanto la forza e l'effetto che ne deriva, direi: finché un Popolo è costretto ad obbedire ed obbedisce, fa bene; non appena può scuotere il giogo e lo scuote, fa ancora meglio, perché, recuperando la propria libertà in virtù dello stesso diritto con cui altri gliel'hanno strappata, o ha ragione di riprendersela, o l'ha persa ingiustamente.
Ma l'ordine sociale è un diritto sacro, che serve da base a tutti gli altri. Però questo diritto non viene dalla natura; dunque si fonda su convenzioni. Si tratta di sapere quali siano queste convenzioni.
tratto da "Il contratto sociale"
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