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domenica 3 aprile 2011

La sera del dì di festa_Giacomo Leopardi

LA SERA DEL DI' DI FESTA


Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggio
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell'artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
De' nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Gia' similmente mi stringeva il core.


Giacomo Leopardi

Il passero solitario_Giacomo Leopardi

IL PASSERO SOLITARIO



D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede la sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra
. Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno, 
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni nostra vaghezza
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? Che di me stesso?
Ahi pentiromi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.



Giacomo Leopardi

domenica 20 marzo 2011

Il primo amore_Giacomo Leopardi

IL PRIMO AMORE


Tornami a mente il dì che la battaglia


D'amor sentii la prima volta, e dissi:


Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!




Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi


Io mirava colei ch'a questo core


Primiera il varco ed innocente aprissi.




Ahi come mal mi governasti, amore!


Perché seco dovea sì dolce affetto


Recar tanto desio, tanto dolore?




E non sereno, e non intero e schietto,


Anzi pien di travaglio e di lamento


Al cor mi discendea tanto diletto?




Dimmi, tenero core, or che spavento,


Che angoscia era la tua fra quel pensiero


Presso al qual t'era noia ogni contento?




Quel pensier che nel dì, che lusinghiero


Ti si offeriva nella notte, quando


Tutto queto parea nell'emisfero:




Tu inquieto, e felice e miserando,


M'affaticavi in su le piume il fianco,


Ad ogni or fortemente palpitando.




E dove io tristo ed affannato e stanco


Gli occhi al sonno chiudea, come per febre


Rotto e deliro il sonno venia manco.




Oh come viva in mezzo alle tenebre


Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi


La contemplavan sotto alle palpebre!




Oh come soavissimi diffusi


Moti per l'ossa mi serpeano, oh come


Mille nell'alma instabili, confusi




Pensieri si volgean! qual tra le chiome


D'antica selva zefiro scorrendo,


Un lungo, incerto mormorar ne prome.




E mentre io taccio, e mentre io non contendo,


Che dicevi, o mio cor, che si partia


Quella per che penando ivi e battendo?




Il cuocer non più tosto io mi sentia


Della vampa d'amor, che il venticello


Che l'aleggiava, volossene via.




Senza sonno io giacea sul dì novello,


E i destrier che dovean farmi deserto,


battean la zampa sotto al patrio ostello.




Ed io timido e cheto ed inesperto,


Ver lo balcone al buio protendea 


L'orecchio avido e l'cchio indarno aperto,




La voce ad ascoltar, se ne dovea


Di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse;


La voce, ch'altro cielo, ahi, mi togliea.




Quante volte plebea voce percosse


Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,


E il core forse a palpitar mi mosse!




E poi che finalmente mi discese


La cara voce al core, e de' cavi


E delle rote il romorio s'intese;




Orbo rimaso allor, mi rannicchiai


Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,


Strinsi il cor con la mano, e sospirai.




Poscia traendo i tremuli ginocchi


Stupidamente per la muta stanza,


Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?




Amarissima allor la ricordanza


Locommisi nel petto, e mi serrava


Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.




E lunga doglia il sen mi ricercava,


Com'è quando a distesa Olimpo piove


Malinconicamente  e i campi lava.




Ned io ti conoscea, garzon di nove


E nove Soli, in questo a pianger nato


Quando facevi, amor, le prime prove.




Quando in ispregio ogni piacer, né grato


M'era degli astri il riso, o dell'aurora


Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.




Anche di gloria amor taceami allora


Nel petto, cui scaldar tanto solea,


Che di beltade amor vi fea dimora.




Né gli occhi ai noti studi io rivolgea,


E quelli m'apparian vani per cui


Vano ogni altro desir creduto avea.




Deh come mai da me sì vario fui,,


E tanto amor mi tolse un altro amore?


Deh quanto, in verità, vani siam nui!




Solo il mio cor piaceami, e col mio core


In un perenne ragionar sepolto,


Alla guardia seder del mio dolore.




E l'occhio a terra chino o in se raccolto,


Di riscontrarsi fuggitivo e vago


Né il leggiadro soffria né in turpe volto:




Che la illibata, la candida imago


Turbare egli temea pinta nel seno,


Come all'aure si turba onda di lago.




E quel di non aver goduto appieno


Pentimento, che l'anima ci grava,


E il piacer che passò cangia in veleno,




Per li fuggiti dì mi stimolava


Tuttora il sen: che la vergogna il duro


Suo morso in questo cor già non oprava.




Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro


Che voglia non m'entrò bassa nel petto,


Ch'arsi di foco intaminato e puro.




Vive quel foco ancor, vive l'affetto,


Spira nel pensier mio la bella imago,


Da cui, se non celeste, alro diletto




Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.




Giacomo Leopardi

Poesia_Giacomo Leopardi

Tu le cure infelici e i fati indegni


Tu de' mortali ascolta,


Vaga natura, e la favilla antica


Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,


E se de' nostri affanni


Cosa veruna in ciel, se nell'aprica


Terra s'alberga o nell'equoreo seno,


Pietosa no, ma spettatrice almeno.




tratto da "Alla primavera, o delle favole antiche"

mercoledì 12 gennaio 2011

L'infinito

"Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

 e questa siepe, che da tanta parte

 dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

 Ma sedendo e mirando, interminati

 spazi di là da quella, e sovrumani

 silenzi, e profondissima quiete

 io nel pensier mi fingo; ove per poco

 il cor non si spaura. E come il vento

 odo stormir tra queste piante, io quello

 infinito spazio a questa voce

 vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

 e le morte stagioni, e la presente

 e viva, e il suon di lei. Così tra questa

 immensità s'annega il pensier mio:

 e il naufragar m'è dolce in questo mare."

                                                    Giacomo Leopardi



                                                  

martedì 4 gennaio 2011

A se stesso

"Or poserai per sempre,

Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,

Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

In noi di cari inganni,

Non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, né di sospiri è degna

La terra. Amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T'acqueta omai. Dispera

L'ultima volta. Al gener nostro il fato

Non donò che il morire. Omai disprezza

Te, la natura, il brutto

Poter che, ascoso, a comun danno impera,

E l'infinità vanità del tutto."

                                            Giacomo Leopardi